Padre Nostro
Gesù inizia con questo termine la preghiera che insegna ai discepoli. Dio viene denominato con il termine "padre", in greco Πατήρ (patḗr). Una parola che i redattori del Vangelo scelgono per rendere quella aramaica — Abbà — che il Maestro usava quasi certamente nel contesto originario. Vale però la pena notare che la resa non è neutra: Abbà è una forma intima, quasi affettuosa — si avvicina più al nostro "papà" che a "padre" — mentre patḗr ha un registro più formale e autorevole. I redattori greci non si limitano a tradurre: spostano il tono, e questo spostamento è già una scelta teologica.
Indicare Dio, il Cosmico, il Creatore, con un termine che richiama al genere maschile può sembrare una scelta che inserisce il pensiero di Cristo nella comprensione patriarcale della società ebraica del suo tempo. Certamente può essere così, e questo rappresenta uno dei motivi della scelta. Tuttavia dovremmo "triangolare" questa decisione da parte di Gesù ed osservarla sotto tre aspetti differenti: quello sociologico, quello psicologico e quello spirituale.
Sul piano sociologico, come abbiamo già detto, il patriarcato e quindi la figura maschile aveva un predominio sociale. Chiamare Dio Madre avrebbe risuonato particolarmente male nei confronti dei discepoli, abituati ad una certa visione della donna. Questo anche se il ruolo della madre nella famiglia ebraica era certamente importante, poiché era lei che accudiva e istruiva i figli nei primi anni di vita. Tuttavia sappiamo bene che la donna non aveva autorità né rappresentanza nella società ebraica: chiamare Dio in questo modo sarebbe stato da parte di Gesù un "autogoal" portentoso.
Sul piano psicologico ci sarebbe da riflettere molto. Gesù sappiamo che nasce in un contesto di povertà e che il padre naturale, Giuseppe, era un semplice carpentiere di Nazaret. Non mi soffermo sugli episodi della nascita narrati dall'evangelista Luca, poiché sono parti narrative che necessitano di interpretazioni adeguate, essendo quella narrazione sostanzialmente un midrash composto nel caratteristico stile ebraico. Quello che invece ci interessa è la quasi totale assenza di Giuseppe nel seguito della narrazione evangelica, il che lascia pensare a una prematura dipartita o comunque a un rapporto mai pienamente consolidato.
In questo contesto acquista un significato particolare l'episodio del ritrovamento al Tempio. Il giovane Gesù, dopo tre giorni — numero altamente simbolico — risponde a Maria e Giuseppe che ella avrebbe dovuto sapere che lui si occupa "delle cose del Padre suo" (Lc 2,49). Tecnicamente, in greco, il soggetto della non-comprensione sono i genitori, non Gesù: sono loro che non capiscono, non lui che rifiuta Giuseppe. Tuttavia mi azzardo a una lettura più profonda: in quell'episodio qualcosa si è già riorganizzato nell'identità interiore del giovane Maestro. Il Logos incarnato, crescendo nel corpo materiale, attraversa inevitabilmente un progressivo processo di presa di coscienza della propria vera identità — e in quel momento al Tempio, la filiazione divina sembra aver già preso il sopravvento su quella terrena. In questa chiave, la scelta di appellare Dio come Padre assume anche il valore di una compensazione: l'assenza di una figura paterna stabile sul piano terreno diventa lo spazio in cui emerge il Padre cosmico.
Sul piano spirituale il termine acquisisce il suo significato più ricco. Patḗr in greco indica non solo chi genera, ma chi protegge, governa e nutre: non è quindi il padre biologico soltanto, ma il principio ordinatore e sustentatore della vita familiare. Qui mi permetto una lettura che è interpretazione spirituale, non filologica — e la presento come tale. Nella famiglia semitica, chi genera è il padre, chi partorisce è la madre; chi protegge è il padre, chi governa la casa e nutre i figli è la madre. Nella mia lettura, il termine patḗr così come viene usato dagli evangelisti — in un contesto greco dove la donna aveva ancora meno voce che in quello ebraico — finisce per raccogliere in sé funzioni che nella vita concreta appartengono a entrambi i genitori. Padre è qui, spiritualmente, maschile e femminile insieme. Oggi diremmo che Dio è Padre e Madre; e in questa comprensione moderna non facciamo altro che esplicitare ciò che era già implicito nella profondità dell'insegnamento di Gesù, anche se non poteva essere compreso dall'intelletto dei suoi ascoltatori. Possiamo aggiungere una dimensione ulteriore: questo Padre non è solo un'entità esterna e trascendente, ma — nella prospettiva esoterica — è il punto di contatto tra l'anima individuale e l'Anima del Mondo, il Nous che abita nel profondo di ciascuno di noi. Invocare il Padre è, in questo senso, un atto di riconoscimento interiore prima ancora che esteriore.
Tuttavia la questione più significativa dell'incipit della preghiera di Gesù è ciò che segue: il "nostro". Perché Dio non è solo Padre di Gesù, ma è Padre di tutti. Nei Vangeli sinottici — Matteo, Marco, Luca — Gesù si dichiara "figlio dell'uomo", un termine che meriterebbe tutta una sua riflessione a parte, e non si presenta esplicitamente come "il Figlio di Dio" in modo diretto e pubblico. Questa scelta non è solo prudenza: è pedagogia. Non lo fa perché potrebbe generare una comprensione sbagliata di ciò che poi ci ha insegnato — che siamo figli anche noi, in lui, dello stesso Padre: quello che in questa preghiera, a pieno diritto, dichiariamo come "nostro".