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L'alchimia del legno

Il risveglio della coscienza nel Pinocchio di Collodi

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Per decenni, l'opera di Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, ha subito il destino riservato a molte opere di profonda caratura spirituale: essere ridotto a uno strumento di moralismo pedagogico.
Sezionato e ingabbiato in una lettura che premia l'obbedienza cieca e punisce la disubbidienza, il romanzo è stato spesso piegato a una visione dogmatica della crescita, dove la rigidità delle regole prevale sulla scoperta del Sé. Eppure, se si ha il coraggio di spogliare l'opera di queste impalcature asfissianti, emerge un testo di un valore iniziatico sconvolgente.
Non siamo di fronte a un manuale di buona condotta, ma a un trattato di alchimia spirituale mascherato da fiaba.

Il punto di partenza è ontologico: questa è la storia di un essere di legno.
Pinocchio non brama la trasformazione fin dal principio; egli giace in uno stato di sonno della coscienza. Nel suo stato grezzo, il burattino non possiede la volontà di evolvere, poiché l'Ego non può desiderare la propria trascendenza. Sarà l'intervento della Fata – archetipo dell'Anima, della scintilla divina o della Grazia – a instillare nel suo petto il seme del desiderio, l'inquietudine sacra che mette in moto la ricerca.

Ma qual è la vera tragedia del burattino? Pinocchio è fatto di legno, certo, ma la sua natura "burattinesca" risiede altrove: egli è un automa perché si lascia costantemente manovrare.
Rispetto ai suoi simili del Gran Teatro, Pinocchio è un paradosso: non ha fili fisici e visibili, eppure è il più prigioniero di tutti. I suoi fili sono metafisici, legati a doppio mandato alla sua identità profonda e irrisolta.

Egli si muove nel mondo illudendosi di essere un libero pensatore, ribellandosi a chiunque tenti di offrirgli una bussola interiore (il Grillo Parlante ne è la vittima sacrificale), ma in realtà è schiavo della tirannia più feroce: quella dei propri istinti.
Pinocchio è il trionfo dell'Ego inferiore. Reagisce meccanicamente agli stimoli: la fame, il freddo, la lusinga, la critica. Rifiuta i maestri perché, nella sua hybris di legno, si illude di bastare a se stesso. È il ritratto spietato di un narcisismo infantile che, privo di un centro di gravità, finisce per essere strattonato da ogni illusione esterna – dal Gatto e la Volpe al Paese dei Balocchi – credendo, in ogni momento, di scegliere liberamente.

L'incapacità di dominare l'Ego genera in lui una conseguenza spirituale devastante: l'anestesia del sentimento.
In quanto essere "di legno", Pinocchio è letteralmente privo di cuore. È refrattario all'Amore puro e, proprio per questo, lo tradisce in continuazione.
Dove l'Io impera in modo assoluto e infantile, non esiste lo spazio sacro per l'incontro con il "Tu".

Questa condizione psicologica ed esistenziale rimanda a un concetto chiave del messaggio evangelico, che il Maestro Gesù definiva sklerokardia, ovvero "durezza di cuore". I duri di cuore sono i veri burattini del mondo: individui irrigiditi nelle loro certezze, impermeabili alla compassione, incapaci di uscire dalla propria prigione egoica. Il legno di Pinocchio è l'emblema di questa rigidità interiore, di chi rifiuta la fluidità e la vulnerabilità della vita per rinchiudersi nella fredda meccanica del tornaconto personale.

Privo di radici, il burattino viene sballottato dagli eventi fino a sprofondare nell'abisso più oscuro: il ventre del Pescecane.
Qui, la narrazione collodiana tocca il suo vertice iniziatico. Non si tratta di una semplice punizione, ma del necessario passaggio alchemico della Nigredo, la putrefazione della vecchia forma. È l'ingresso nel grembo animale, nell'oscurità della tomba, dove l'illusione del mondo esterno scompare.

L'eco è palesemente biblica e universale: è Giona inghiottito dal mostro marino, è il Cristo nel sepolcro, nel ventre della Terra. È in questo spazio di totale deprivazione, nel buio assoluto, che avviene il miracolo: Pinocchio ritrova il Padre.
Ritrovare la figura paterna nel profondo dell'inconscio significa ricongiungersi con il Principio Creatore, con il Sé superiore da cui ci si era originariamente separati. L'Ego si frantuma e ha inizio il vero processo di Metanoia, il capovolgimento radicale della mente e dell'anima.

L'uscita dal ventre del pesce non è un semplice ritorno a casa, ma una resurrezione. La dinamica interiore di Pinocchio è ora capovolta: egli smette di rivendicare diritti per sé e si vota a una dedizione totale, al sacrificio oblattivo per curare il padre indebolito. Il legno inerte fiorisce nell'amore verso l'Altro. Quando l'Io cede infine il passo al Tu, realizzando l'unificazione nell'Uno e celebrando l'alterità non più come minaccia ma come comunione, l'opera giunge a compimento.

La trasmutazione si compie: Pinocchio cessa di essere una macchina mossa dai fili del mondo e diviene un "bambino vero". Tuttavia, in un'ottica sapienziale, non si tratta di un infante ingenuo. Questo "bambino" è la realizzazione di ciò che Gesù indicava affermando che solo chi diventa come un bambino entrerà nel Regno.
Egli è l'Archetipo dell'Iniziato: un essere umano che ha bruciato le scorie dell'Ego, che ha attraversato la morte della propria natura inferiore (il legno) ed è rinato nella carne dello Spirito, maturo, consapevole e, finalmente, libero.

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