Dio del mio cuore: idolatria o misticismo?

“Dio del nostro cuore e della nostra comprensione”: poche parole che, a chi viene da una tradizione dogmatica, possono suonare come una provocazione, quasi un invito a costruirsi un dio personale, su misura, comodo. Vale la pena rispondere a questa accusa con chiarezza, perché il malinteso è profondo e la difesa è possibile.
La critica nascerebbe da una profonda differenza di prospettiva tra la teologia dogmatica — che vede Dio come un'entità esterna con attributi definiti una volta per tutte — e la mistica esperienziale — che vede il Divino come una presenza interiore. Vediamo allora tre punti sui quali posso fondare la correttezza di questa prassi e difenderla da ogni possibile accusa.
1. Il Dio del “nostro Cuore” non è il Dio del “Capriccio”
La prima distinzione da fare è che "Dio del nostro cuore" non significa fare riferimento a un Dio che asseconda i nostri desideri egoici o i nostri vizi.
Il "cuore" nel Rosacrocianesimo non è sede delle emozioni passeggere, ma il centro spirituale dell'essere. Nominare la divinità come il Dio del nostro cuore significa riconoscere che Dio non può essere definito in alcun modo, né identificato in un concetto astratto o, peggio, in un giudice che dimora nell'alto dei cieli. Egli è invece una presenza intima e delicata che si fa incontrare dentro di noi.
Agostino d'Ippona scrive: "In interiore homine habitat veritas" — la verità abita nell'interiorità dell'uomo. Non si tratta di soggettivismo: per Agostino quella verità interiore è partecipazione al Logos divino, non invenzione umana. Cercarne il riflesso nel cuore non è costruire un dio privato; è seguire la direzione che lo stesso Agostino indica.
2. La “Comprensione” è segno di umiltà, non di arroganza
L'accusa di farci un Dio "a nostra immagine" si ribalta facilmente con una sana riflessione sull'umiltà intellettuale.
Dire “Dio della nostra comprensione” è per noi un atto di massima umiltà. Significa ammettere che l'Infinito è incomprensibile per la mente umana, sempre limitata. Noi discepoli della Rosa-Croce non definiamo chi è Dio — sarebbe una caduta nel dogmatismo — ma ammettiamo di poterne percepire solo quella "frazione" che la nostra coscienza è in grado di accogliere.
Ditemi un po': è più “idolatra” chi pretende di aver rinchiuso Dio in un catechismo fatto di formule e definizioni puramente umane, o chi ammette che la propria visione di Dio è parziale e legata alla propria evoluzione spirituale?
3. L'Idolatria è l'immobilismo delle forme
L'idolatria consiste sempre nel confondere il segno con la realtà che indica. Una statua non è un idolo perché fatta di pietra, ma perché viene trattata come se fosse dio anziché rimandare ad esso. La stessa trappola vale per i concetti: una formula dogmatica che cessa di essere una mappa per diventare il territorio è, a tutti gli effetti, idolatria intellettuale, forse più sottile, ma non meno reale.
Per un discepolo della Rosa-Croce, aggrapparsi a una definizione fissa di Dio significa smettere di cercarlo.
Come la luce del sole appare di colori diversi a seconda del prisma che la rifrange, l'unica Luce Divina viene percepita in modo diverso da ogni coscienza: non perché Dio sia molteplice, ma perché la Sua ricchezza eccede ogni forma singola.
Dire “Dio del mio cuore e della mia comprensione” quindi non è un gesto che esprime arroganza ma onestà. Noi non pretendiamo di possedere la verità assoluta sull'Infinito; ammettiamo il limite della nostra mente e cerchiamo il Divino nell'unico luogo dove possiamo farne esperienza diretta: nel silenzio della coscienza.
Non ci “inventiamo nessun Dio” ma cerchiamo di incontrarlo dentro di noi; ed ogni incontro autentico, per sua definizione, non può certo dirsi “idolatria”.